OMELIA DI S. Ecc. Mons. Santo Marcianò

NELLA SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

25 dicembre 2006

 

 

«Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2, 10 – 11).

Carissimi fratelli e sorelle,

così, il Vangelo di Luca, ha squarciato questa notte le tenebre dell’incertezza, della paura, delle nostre attese, offrendoci ancora una volta la gioia di quell’annuncio che, più di 2000 anni fa, fu udito dai pastori. Una gioia grande, che è e sarà di tutto il popolo: una gioia universale.

Una gioia che ci ha tenuto desti nella notte e che ci risveglia, certi che la salvezza ci raggiunge ancora oggi, in questo Natale; che raggiunge tutto il popolo, ogni uomo.

Una gioia che ha la sua motivazione nella nascita di un Bambino e che «ci svela anche il senso pieno di ogni nascita umana»[1]. Le parole del Prologo del Vangelo di Giovanni – che abbiamo appena proclamato – raccolgono l’annuncio di gioia del Natale e lo traducono in un annuncio di vita: «Il verbo si è fatto carne»!

 

«E il verbo si fece carne» (Gv 1, 14).

E’ importante cogliere il significato di questo termine per accedere al significato del Natale. Carne – in greco sarcs – significa la condizione umana totale, non il semplice elemento biologico opposto o separabile da quello spirituale. Carne è la vita: non la vita in senso generico ma la vita dell’uomo. Questa vita il Verbo, il Figlio di Dio, è venuto ad assumere. E, in essa, Egli ha portato la Sua vita, la vita che «era in Lui» (Gv 1, 4).

La gioia del Natale si fonda sulla Rivelazione e sul compimento di questa verità: il divino e l’umano, la vita dell’uomo e la Vita di Dio non sono separabili. «Con l’incarnazione – dice il Concilio – Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo»[2].

La Parola di Dio viene ancora, nel silenzio di Betlemme e nei nostri silenzi, e grida con la Sua Presenza un binomio: “gioia – vita”. “Vita – gioia”: ecco il Mistero del Natale del Signore!

Certo, bisogna fare attenzione a non banalizzare le parole. E’ gioia vera e profonda quella che il Salvatore è venuto a portare al mondo e che non è tra i fugaci piaceri che spesso noi chiediamo; come Egli stesso dirà, è una «gioia che nessuno può togliere». Occorre dunque capire bene cosa è la gioia.

Ma una cosa è certa e, ai piedi del Dio Bambino, non posso fare a meno di gridarlo anch’io, sulla scia della Parola di Dio, in questo primo Natale che il Signore mi dona di celebrare con voi: non si entra nel Mistero della gioia se non si passa per il Mistero della vita! Non si comprende il valore della gioia se non si comprende il valore della vita. Non si accoglie la gioia se non si accoglie la vita. E, se non si accoglie la vita, non si accoglie Gesù, il Dio che nasce. Se non si accoglie la vita non è Natale.

Chi accogliamo nel Bambino di Betlemme se non l’Uomo Gesù? Se non il Figlio di Dio, Colui che ha scelto di farsi Uomo, di assumere la nostra natura umana?

 

«E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

C’è un bellissimo gioco di parole tra il termine “abitare” del testo greco di questo Vangelo (eschénosen che significa letteralmente piantare la tenda) ed il termine che S. Paolo usa per dire che Cristo Gesù «pur essendo di natura divina… spogliò se stesso» (cioè echénosen) (Fil 2, 7)[3]. S. Paolo ci parla della chenosi, dell’abbassamento del Figlio di Dio che si fa Uomo.

Il Verbo si è fatto “carne”. Si è fatto persona umana in tutta la sua pienezza ma anche nella debolezza, finitezza, mortalità. Ha accettato di condividere tutte le fasi della nostra esistenza.

Nella nascita di Gesù «si è fatta visibile» la Vita che Egli ha vissuto dall’Incarnazione, cioè dal concepimento nel Grembo di Maria, fino all’ultimo respiro sulla Croce. Ma si è fatta visibile anche la Sua Vita eterna che «era in principio presso Dio» (Gv 1, 2) e che Dio condivide con noi.

Quanto vale la vita dell’uomo! E noi, chi accogliamo noi nel Bambino di Betlemme se non accogliamo la nostra vita e la vita di ogni creatura umana?

Oggi, si dice spesso, viviamo in una “cultura di morte”. Ma forse – mi verrebbe di dire – siamo andati anche oltre! Sì. Perché la morte, in un certo senso, è “contenuta” dentro la vita, anche se come antagonista, come colei con cui instaurare un “duello”, ci dice la Liturgia della Pasqua.

Credo che oggi la vita non sia solo rifiutata. La vita, oggi, è negata e basta!

E’ negata, la vita, nel momento in cui è considerata alla stregua di uno dei tanti “prodotti” che l’uomo stesso può decidere se, quando e fino a quanto possedere. Decidere: per sé e per altri.

Nel suo Messaggio per la Giornata della Pace 2007 – che commenteremo il 1 gennaio – Benedetto XVI ci ricorda che «la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità» e, per questo, ci esorta con forza: «è doveroso denunciare lo scempio che della vita si fa nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia»[4].

Sono morti silenziose, fratelli miei; non solo perché sono consumate nel silenzio ma forse perché non si parla di morte dinanzi ad esse.

Non si parla di morte dinanzi alle guerre dimenticate e alla fame dei popoli che soffrono per il nostro modo opulento e sbagliato di vivere: anche il Natale.

Non si parla di morte dinanzi ai piccoli uccisi con l’aborto chirurgico o con l’aborto provocato da “sostanze farmacologiche” sempre più diffuse e sempre più richieste, anche dalle adolescenti. Dinanzi ad embrioni rifiutati per malformazioni reali o supposte; usati – e quindi soppressi – a scopo di ricerca o a scopo di cosiddette “terapie” (non ultime, è paradossale, anche alcuni tipi di ricerca e “terapia” per l’infertilità: pensiamo, ad esempio, a vari tipi di tecniche di fecondazione artificiale…).

Non si parla di morte dinanzi alla rivendicazione del diritto di porre fine all’esistenza in seguito a particolari sofferenze, disagi o anche con premeditazione, attraverso quello che vorrebbe essere una sorta di “testamento biologico”, cioè un modo di disporre della fase terminale – e non necessariamente terminale – della vita. Non si parla di morte: se notiamo, anche la stessa parola “eutanasia” non si pronuncia facilmente: d’altronde, “eutanasia” in senso letterale significherebbe “buona morte”: ma con questo termine si designa «un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore»[5]. Per rendere meno drammatica la morte, in realtà, occorrerebbe davvero e soltanto sostenere la vita, finché ciò sia umanamente possibile: e non solo sul piano medico, ma anche psicologico, affettivo, familiare e spirituale. Perché anche la morte, come la vita, è mistero.

Oggi, dunque, non si parla di dare o di darsi la morte: si parla semplicemente – e questo è terribile – di vita che non è degna di essere vissuta!

 

«In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1, 4 – 5).

La luce di questo Natale splende nelle tenebre che avvolgono la vita dell’uomo ed anche la Vita stessa del Bambino di Betlemme.  Ma le tenebre non hanno “sopraffatto” (questo significa la parola che noi traduciamo con “accolto”) questa Luce: Gesù Cristo, Luce del mondo; Luce vera che illumina ogni uomo che viene al mondo.

Noi siamo qui, oggi, perché siamo fra «quanti lo hanno accolto» (cfr Gv 1, 12). Siamo fra quanti hanno professato e professano la loro fede nella vita. Siamo qui perché siamo sicuri che non è fino in fondo Natale finché l’essere umano non è accolto nel suo valore o è offeso nella sua dignità di figlio di Dio.

E vogliamo gridare questa verità al cuore della nostra Europa che – ha osservato il Papa commentando il problema della denatalità – «sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia»[6]. Vogliamo gridarla con le nostre personali, pur se a volte difficili, scelte di vita ma anche con le opere. Sento sempre più urgente, soprattutto in questo Natale, quanto vi scrivevo nella mia prima Lettera Pastorale: promuovere una «formazione alla cultura e alla pastorale della vita capace di rimettere al centro delicate e decisive questioni quali la dignità della persona, la bellezza dell’amore umano e della famiglia fondata sul matrimonio, il valore della sessualità e della procreazione, il senso della sofferenza, della malattia e della morte…» (p. 38).

E «se ci si dice – afferma ancora il Papa – che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa?»… Forse che, da credenti, non è nostro «dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?»[7].

 

«E noi vedemmo la sua gloria» (Gv 1, 14).

Così continua S. Giovanni, contemplando il Mistero del Natale.

Ma quale gloria egli ci annuncia? Quale gloria ha suscitato il canto degli angeli e lo stupore dei pastori? Qual’è la gloria che il Dio Bambino oggi porta a ciascuno di noi?

La domanda è profonda e non possiamo pretendere qui di dare una risposta esaustiva. Ma possiamo aggiungere un’osservazione finale, che ci riporta al binomio da cui siamo partiti: gioia – vita.

Chi dice che “noi abbiamo visto la gloria di Gesù” è Giovanni. Egli è lo stesso evangelista che ha visto la gloria di Gesù sul Tabor, certamente. Soprattutto, però, Giovanni è l’unico apostolo che ha visto la gloria di Cristo sulla Croce; che ha raccolto, assieme alla Madre, la sacralità dell’ultimo respiro della vita umana del Signore. E che poi ha creduto alla Vita Risorta, vedendo le Sue bende nel sepolcro vuoto, il mattino di Pasqua.

Sì, carissimi fratelli e sorelle. Giovanni ha contemplato – se così si può dire – “per intero” il Mistero della Vita di Cristo: e forse a lui, il «discepolo che amava», Gesù ha svelato di più il Mistero di gioia racchiuso nel Mistero del Natale.

Quella «gioia messianica che – scrive Giovanni Paolo II nell’Enciclica Evangelium Vitae - appare fondamento e compimento della gioia per ogni bimbo che nasce»[8]. Quella gioia, cioè, che si può cogliere solo accogliendo per intero il Mistero dell’uomo.

Dell’«uomo vivente, che è gloria di Dio».

Dell’uomo che, solo con la sua vita, può dare gloria a Dio.

Dell’uomo che, solo glorificando Dio, può avere la vita e la salvezza che il Bambino continua a portare: a tutto il popolo, ad ogni uomo, in questo e in ogni Natale.

Così sia. E  Buon Natale!


 

[1] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae, 1

[2] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, 22

[3] Cfr R. Mercier, L’Evangile selon le disciple que Jésus aimait. Anne Sigier, Quebec 1999, p. 107

[4] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata della Pace, 1 gennaio 2007

[5] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae, 65

[6] Benedetto XVI, Discorso Natalizio ai Membri della Curia Romana, 22 dicembre 2006

[7] Ibidem

[8] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae, 1

 

 
 

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